Chi ha vinto davvero la couture di luglio: le nuove gerarchie di Parigi
In breve: la settimana dell'Alta Moda di luglio ha messo in scena tre debutti che ridisegnano la mappa di Parigi: Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, Matthieu Blazy da Chanel, Jonathan Anderson da Dior. A distanza di due settimane, con le analisi sedimentate e le prime trimestrali sul tavolo, proviamo a dire chi ha vinto davvero.
Ci sono stagioni della couture che si ricordano per un abito, e stagioni che si ricordano perché dopo niente è più al suo posto. Quella di luglio appartiene alla seconda specie: nell'arco di pochi giorni le tre poltrone più osservate della moda mondiale hanno presentato il loro primo atto, e il gioco delle gerarchie parigine, fermo da anni sulle stesse certezze, è ripartito da zero.
Piccioli e il ritorno alle origini di Balenciaga

Il debutto più atteso era quello di Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, e la scelta del designer è stata la più spiazzante possibile: niente muscoli, niente provocazione, ma un ritorno quasi filologico alle origini del Cristóbal couturier. Nei giardini della Cité Internationale Universitaire, la 55esima collezione couture della maison ha parlato la lingua dei volumi puri, del rosa, delle piume di struzzo, di una costruzione che si fa guardare da vicino. E la frase consegnata alla stampa vale come manifesto: sentirsi completamente se stesso, dentro Balenciaga. Dopo l'era della felpa e dell'ironia distopica, il marchio riparte dal mestiere: una scommessa culturale prima che commerciale.
Le reazioni, uscite a scaglioni per due settimane, hanno confermato che la scommessa divide: c'è chi ha letto nel debutto un atto d'amore filologico e chi avrebbe voluto più rottura. Ma è esattamente questa la notizia: per la prima volta da anni si discute di Balenciaga parlando di costruzione, tessuti e silhouette, non di provocazioni. Piccioli ha spostato il terreno di gioco, e sul terreno del mestiere pochi possono seguirlo.
Il racconto ufficiale della maison, dal profilo Instagram:
Blazy trasforma il Grand Palais in una fiaba
Se Piccioli ha scelto la sottrazione, Matthieu Blazy da Chanel ha scelto la meraviglia: il 7 luglio il Grand Palais è diventato un giardino incantato di fiori giganti per una collezione che la maison ha intitolato come una favola, "Gaby and the Beanstalk". È il Blazy che il mondo aspettava dopo i miracoli da Bottega Veneta: mano artigianale fuori scala, immaginazione da libro illustrato, e quella capacità rara di rendere leggera la tradizione più pesante della moda francese. Le code fuori dalle boutique, nel frattempo, raccontano che la "Blazy-mania" non è una formula della stampa: è un fenomeno commerciale in corso.
Anderson e la Dior dei gioielli Mughal

C'è anche un dato simbolico che vale la pena registrare: la maison è tornata a sfilare nel Grand Palais, la sua casa storica, e lo ha fatto con il primo capitolo couture di un direttore creativo arrivato con aspettative che definire alte è riduttivo. La risposta è stata una collezione che non ha cercato lo scontro con l'eredità di Karl Lagerfeld e nemmeno la continuità di Virginie Viard, ma una terza via: la fiaba come formato, l'artigianato come argomento. Se l'obiettivo era far parlare di nuovo di Chanel con desiderio, la missione è compiuta.
Il terzo atto è quello di Jonathan Anderson da Dior: una couture colta e stratificata, dove un cappotto bianco plissé convive con una collana di smeraldi ispirata alla storica Mughal Mirror Diamond Necklace, e la passerella attraversa un bosco di felci arboree. Anderson gioca la partita più difficile dei tre, raccogliere l'eredità più codificata di Parigi senza replicarla, e la gioca da intellettuale del guardaroba: citazioni d'archivio, spostamenti sottili, un lusso che chiede tempo per essere letto.
E la maison lo racconta così:
Il verdetto provvisorio (e la controprova dei numeri)
Resta la domanda di sistema: cosa se ne fa il mercato di tre debutti simili in una sola settimana? Molto, a giudicare dai segnali: la couture non muove i volumi ma muove il desiderio, e il desiderio è la materia prima di cui il lusso ha avuto più fame negli ultimi due anni. I tre debutti hanno riacceso conversazioni, code e attese su marchi che avevano bisogno esattamente di questo: un motivo nuovo per essere guardati.
Chi ha vinto, dunque? La risposta onesta è che hanno vinto tre idee diverse di couture: la purezza di Piccioli, la meraviglia di Blazy, la complessità di Anderson. Ma le gerarchie non si misurano solo in passerella, e la controprova è già cominciata: la stagione dei conti si è aperta con Cartier e il lusso duro in piena corsa, e il 27 luglio i risultati semestrali di LVMH diranno se l'onda dei debutti si sta trasformando in domanda reale. Una cosa però si può già scrivere: per la prima volta da anni, Parigi non ha un solo centro di gravità. Ne ha tre, e nessuno dei tre ha intenzione di cedere il passo.





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